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Lavoro in un bar a Roma, non lontano da via Prenestina. Ho 29 anni. Lavoro lì ormai da quasi due anni. La mattina posso stare dietro alla macchina del caffè, la sera versare vino, sparecchiare i tavoli, lavare i bicchieri, ascoltare le conversazioni degli altri e fare finta che vada tutto bene. Il mio stipendio è di 1.150 € al mese. A volte un po’ di più, se mi danno turni extra. Ma a Roma quei soldi spariscono ancora prima che tu faccia in tempo a capire che sono arrivati. La stanza 520 €. Le bollette a parte. I mezzi. Il cibo. Il telefono. E il prestito. L’ho preso l’anno scorso, quando mia madre ha iniziato ad avere problemi di salute. Bisognava pagare in fretta esami, medicine, alcune visite private, perché aspettare con il sistema pubblico era troppo lungo. Allora pensavo: va bene, lavorerò di più e lo chiuderò. Ma nella vita non funziona così. Un mese non è bastato. Poi il secondo. Poi la banca ha iniziato a scrivermi quasi ogni settimana. All’inizio solo promemoria. Poi i messaggi sono diventati più duri. “Gentile cliente, il pagamento risulta in ritardo…” “Le ricordiamo che il mancato pagamento può comportare ulteriori costi…” Io capivo che quel prestito dovevo pagarlo il prima possibile, perché dopo sarebbe solo stato peggio. Dopo 4 giorni avevo il turno, quello serale. Per tutta la sera ho lavorato quasi in silenzio. Preparavo cocktail, versavo birra, sparecchiavo i tavoli. La gente rideva, qualcuno festeggiava un compleanno, qualcuno parlava forte al telefono, qualcuno discuteva di calcio. Verso mezzanotte è entrato nel bar un gruppo di uomini. Erano allegri, rumorosi, si vedeva che avevano già festeggiato da qualche parte prima. All’inizio non ho nemmeno capito chi fosse. Finché il mio collega non si è chinato verso di me e mi ha detto piano: “Ma quello è Carlo Conti.” Ho guardato meglio. Ed era davvero lui. Carlo Conti. Era con degli amici, con una camicia scura, abbronzato, sorridente, un po’ ubriaco dopo la festa. Hanno o