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Non sapevo che quell’uomo lavorasse al Comune di Roma. Mi chiamo Giulia Romano. Ho 36 anni. Vivo a Roma, nel quartiere Tor Bella Monaca, insieme a mio figlio Matteo. Ha nove anni. Lavoro in taxi ormai da cinque anni. Se devo essere sincera, non ho mai sognato una vita così. Nessuno sogna di passare mezza giornata in macchina, stare nel traffico sul Grande Raccordo Anulare, innervosirsi vicino a Termini. Però questo è il mio lavoro. Ho una vecchia Fiat Panda. È proprio lei che ogni giorno mantiene me e mio figlio. Il problema è che una macchina vecchia significa sempre soldi. Una volta i freni, una volta la batteria, poi qualcos’altro. Guadagno in modo diverso. A volte arrivo a 1.300 €, a volte 1.500 €, se prendo più turni e lavoro la sera. Ma a Roma questi soldi spariscono molto velocemente. L’affitto dell’appartamento è 810 €. Poi le bollette a parte, il cibo. La scuola di Matteo. La benzina. Le riparazioni della macchina. Il prestito che ho preso sei mesi fa, quando dopo il divorzio sono rimasta da sola e bisognava in qualche modo tirare avanti i primi mesi. All’inizio pensavo che ce l’avrei fatta. Poi ho iniziato a ritardare i pagamenti. Prima di qualche settimana. Poi di un paio di mesi. Hanno iniziato ad arrivare messaggi dalla banca. Poi sono cominciate certe minacce, vari avvisi dalla banca. Cosa dovevo fare? Che io conto ogni 50 € come se da quelli dipendesse tutto Una volta un mio conoscente dell’autofficina mi ha chiamata e mi ha detto che c’era un lavoretto. Bisognava accompagnare per alcune sere un uomo. Semplici corse private: prenderlo dall’ufficio, portarlo al ristorante, aspettare, poi riportarlo a casa o in hotel. Ho accettato subito. Perché quando hai bisogno di soldi, non scegli il lavoro. Prendi quello che c’è. La prima sera l’ho preso non lontano dal centro. Un uomo sui cinquant’anni, completo scuro, voce calma, telefono sempre in mano. Solo dopo il mio conoscente mi ha detto che lavora al Comune di Roma, in qualche dipartime