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I migranti hanno devastato il nostro piccolo negozio di abbigliamento durante la notte. Mi chiamo Giulia Romano, ho 33 anni. Io e mio marito viviamo a Milano e gestiamo un piccolo negozio di abbigliamento a Porta Venezia, vicino a Corso Buenos Aires. È la nostra attività di famiglia. Il negozio l’ha aperto mio padre quando ero piccola. Niente boutique di lusso. Un piccolo locale, qualche espositore. Vendevamo vestiti normalissimi. Jeans, camicie, maglioni, vestiti. Venivano i clienti abituali, a volte persone che passavano dopo il lavoro. Sono cresciuta in questo negozio. Quando sono diventata più grande ho iniziato ad aiutare: piegavo i vestiti, cercavo le taglie, stavo alla cassa. Tre anni fa mio padre è morto. Le prime settimane aprivo il negozio e ogni volta mi aspettavo che mi chiamasse da un momento all’altro.. Io e mio marito abbiamo deciso di portare avanti la sua attività. Non avevamo molti soldi. Dopo l’affitto del locale, gli acquisti della merce, le bollette e le altre spese, ci rimanevano circa 1.500–1.900 euro al mese. In inverno, prima delle feste, a volte andava meglio. Negli altri mesi dovevamo stare attenti a ogni acquisto. Ma ci dava da vivere e ci piaceva farlo. Con quei soldi pagavamo l’affitto di casa, facevamo la spesa, compravamo i vestiti a nostro figlio di otto anni. Se avanzava qualcosa, lo mettevamo da parte per il prossimo ordine di merce. Poi ieri, alle sette del mattino, mi ha chiamata un vicino. «Giulia, dovete venire. Avete la vetrina rotta». Gli ho anche chiesto: «In che senso rotta?» Io e mio marito sapevamo delle proteste, ma non pensavamo che avrebbero coinvolto anche noi. Siamo arrivati in una ventina di minuti. C’erano vetri sparsi per tutto l’ingresso. Dentro era tutto sottosopra, mancavano tanti vestiti, li avevano semplicemente rubati, altri li avevano strappati, altri ancora erano buttati per terra... Piangevo e basta.. ho iniziato a tremare dalla rabbia. Perché queste persone sono nel nostro Paese, se si p