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Match-Three

ZOCCER, PENSAVO DI AVER LETTO MALE LA CIFRA. ERO ABITUATA AI SOLDI CHE NON ARRIVAVANO MAI. Mi chiamo Elisa Moretti. Ho 36 anni, vivo vicino a Padova, in Veneto, gestisco una piccola attività di pulizie e cresco da sola mio figlio Tommaso, che ha dieci anni. Faccio pulizie dopo i lavori edili, tra un inquilino e l’altro e dopo i traslochi. Ho un furgone, macchinari che non si rompono mai in un momento comodo e più paia di guanti da lavoro che scarpe normali. La prima volta che mancai alla recita scolastica di Tommaso, lui disse che non importava. La seconda volta smise di ricordarmelo. Trovai l’invito successivo sotto il suo contenitore del pranzo. «Perché non me l’hai dato?» «Lavoravi.» Lo disse senza rimproverarmi. Avrei quasi preferito che fosse arrabbiato. La rabbia avrebbe significato che si aspettava ancora di vedermi tra il pubblico. Quella settimana un responsabile della gestione di alcuni immobili mi doveva 4.820 euro per tre lavori completati. Due appartamenti lasciati dagli inquilini e una casa appena ristrutturata. Avevo tolto colla dai vetri, polvere di cantiere dagli armadi e qualcosa dallo scarico di una doccia di cui ancora non voglio conoscere l’origine. Gli immobili erano pronti. La fattura era scaduta. «Il pagamento è stato approvato», diceva il responsabile. A quanto pare, approvato non significava eseguito. Sul conto dell’attività avevo 219 euro. Si avvicinava l’affitto e c’era da pagare il doposcuola di Tommaso. In più, alla macchina lavatessuti si era rotta una ruota. L’avevo sistemata in un modo che mi rifiutavo di chiamare riparazione definitiva. Accettai un altro lavoro serale e lasciai Tommaso dalla vicina. Prima che uscissi, mi chiese se dovesse mettere in carica il mio telefono. Era diventato il suo piccolo contributo: assicurarsi che nessuno potesse dire di non essere riuscito a contattarmi. Gli passai il caricatore e pensai a quanto mi dispiacesse che quella routine fosse diventata normale. La mia amica Chiara, ch

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