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Questa foto è di mio figlio Luca. Ha 6 anni. È in terapia intensiva. I medici mi hanno detto di prepararmi al peggio. Ma poi ho aperto quell'app. Mi chiamo Giulia. Ho 32 anni. Vivo a Roma, in zona Tuscolana. Da sola, con Luca. Suo padre se n'è andato quando lui è nato. Non si è mai fatto vedere. Non paga niente. Non esiste. Luca ha una cardiopatia congenita. L'abbiamo scoperta quando aveva tre mesi. Da allora è un calvario. Visite, esami, ricoveri. Ma ce l'abbiamo sempre fatta. Con il pubblico. Con le liste d'attesa. Con la pazienza. Fino a due settimane fa. Luca ha avuto una crisi. Improvvisa. Gravissima. L'ho portato al Bambino Gesù. L'hanno messo in terapia intensiva. I medici hanno detto che serve un intervento urgente. Una cosa complicata. Che al pubblico non possono farlo subito. Troppa lista d'attesa. Troppa burocrazia. Ma lui non può aspettare. Mi hanno dato un nome. Una clinica privata a Milano. Specializzata. Costo dell'intervento: 48.000 euro. Più le spese. Più il trasporto. Più tutto. Ho 32 anni e non ho 48.000 euro. Faccio la badante. 900 euro al mese. In nero. Senza contratto. L'affitto è 650. Le bollette, le medicine, il bus. Arrivo a fine mese con 50 euro. A volte 20. Sulla carta avevo 27,80 euro. Fino a fine mese. Mancavano undici giorni. Undici. Luca era lì. Attaccato a quelle macchine. Con gli occhi chiusi. Con il respiratore. Io gli tenevo la mano. E piangevo. In silenzio. Per non farlo sentire. Una sera, mentre ero in corridoio, ho aperto il telefono. Volevo solo perdermi. Non cercavo niente. Ho visto una pubblicità. Un'app di casinò. Dicevano che si poteva vincere. Che era legale. Che era sicuro. Ho pensato: "Solita stronzata." Ma poi ho guardato la porta della terapia intensiva. E ho pensato: "Peggio di così non può andare. Davvero." Ho scaricato l'app. Mi sono registrata. Ho depositato 20 euro. Gli ultimi venti. Quelli che mi servivano per mangiare. Ho girato. Niente. Ho girato ancora. Niente. Ho girato una terza volta. Nient