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"Il bue che doveva essere mandato al macello… ma dopo 21 giorni è stato venduto per 18.000 euro e mi ha salvato dall’operazione al ginocchio Mi chiamo Giuseppe Rinaldi. Ho 63 anni e vengo da Cavalese, in Val di Fiemme, Trentino-Alto Adige. Per tutta la vita ho lavorato nei boschi: tagliavo legna, trasportavo tronchi con i buoi, vendevo tavole e legname. Ma oggi non sono qui per parlare di legna. Sono qui per raccontarvi come un bue che stava per essere mandato al macello mi ha salvato dalle stampelle. Questa è la storia di Bruno. 17 novembre 2024 Bruno era già legato nel vecchio rimorchio. La corda alle corna. La testa bassa. Gli occhi spenti. I documenti per il macello erano firmati. Il motore era acceso. Bruno era stato il miglior bue da lavoro della valle. Per otto anni aveva tirato tronchi su e giù per i pendii, nella neve, nel fango, nei boschi più difficili. Un animale di 800 chili che lavorava come un trattore. I vicini venivano con i soldi in mano per prenderlo a noleggio quando c’era da trasportare legna. Ma dopo un inverno durissimo, le sue ginocchia avevano ceduto. Le zampe anteriori non avevano più forza. Quelle posteriori cedevano a ogni passo. Il veterinario di Trento fu chiaro: “Signor Rinaldi, non c’è più niente da fare. Lo mandi al macello finché ha ancora carne addosso.” Io diedi l’ordine. Perché mantenere un bue che non riesce più a tirare costa quasi 300 euro al mese. E io non potevo permettermelo. Dissi a mio figlio: “Domani mattina vieni col rimorchio.” Bruno era già legato. Io stavo lì a guardarlo, sapendo che lo stavamo portando alla morte. Ma quella sera mi chiamò Marco, un vecchio amico di Predazzo. “Giuseppe, non mandarlo ancora. C’è una veterinaria di Bologna, la dottoressa Laura Moretti. Ha salvato animali che tutti davano per spacciati. Dalle 7 giorni. Se non cambia niente, il trasporto al macello lo pago io.” Mi arrabbiai. Ma qualcosa mi fermò. Dissi: “Che venga pure. Ma se entro una settimana non vedo niente