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A Napoli tutti sanno cos’è la Camorra. Io l’ho capito troppo tardi. Mi chiamo Giulia Romano, ho 31 anni. Vivo a Napoli, nel quartiere Forcella. Sei mesi fa ho iniziato a frequentare un ragazzo che era legato alla Camorra. All’inizio io non lo sapevo. A Napoli della Camorra lo sanno tutti. Qui anche i bambini capiscono che non è semplicemente una “brutta compagnia”, ma persone con cui è meglio non avere mai niente a che fare. I primi mesi lui era completamente diverso. Mi veniva a prendere dopo il lavoro, mi portava il caffè, poteva comprare la spesa se vedeva che ero davvero stretta con i soldi. Io allora pensavo di aver finalmente incontrato un uomo che poteva proteggermi. E poi, circa due mesi fa, mi ha raccontato lui stesso con chi stava davvero. Dopo questo tutto è cambiato. È diventato freddo, duro, ha iniziato a controllare ogni mio passo. Controllava il telefono, chiedeva con chi avevo parlato, perché ero rimasta al lavoro 15 minuti in più, perché avevo sorriso a qualcuno al bar. Se non rispondevo subito, chiamava 10 volte di fila. Quando ho detto che volevo chiudere questa relazione, lui si è semplicemente messo a ridere. “Pensi che da me si va via così facilmente?” Dopo questo ho smesso di dormire normalmente. Una volta abbiamo litigato a casa mia. Ho detto che non volevo più vederlo. Mi ha afferrata per il braccio così forte, e poi ha alzato la mano. Ma mi è bastato questo per capire: la prossima volta potrebbe non fermarsi. Non avevo dove andare. Non ho genitori. Sono orfana. Mia madre è morta quando ero ancora bambina, mio padre lo ricordo appena. Non ho nemmeno parenti che avrebbero potuto accogliermi. Lavoro in una piccola pasticceria vicino a Via Toledo. Mi alzo alle 5:30 del mattino, apro la sala, sistemo i cornetti, preparo il caffè, lavo il pavimento dopo il turno. Al mese prendo circa 1.250 euro. Di questi, 720 euro vanno per l’affitto. Poi luce, gas, telefono, cibo, trasporti. Risparmi quasi non ne avevo. Facevo i conti su quanto