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All'età di 48 anni, ho firmato il referto dell'autopsia di mia madre. Quello che nessun medico era riuscito a diagnosticare durante la sua vita, l'ho trovato io stesso all'interno dei suoi intestini e del suo fegato. Per vent'anni non l'ho detto a nessuno. Oggi scrivo questa testimonianza perché, al settimo giorno, io stesso mi sono liberato dallo stesso male che ha finito per uccidere mia madre. Mi chiamo Dott. Stefano Moretti e ho 48 anni. Lavoro come anatomopatologo (specialista in autopsie) presso un ospedale provinciale. Non a Roma o a Milano, e nemmeno in una costosa clinica privata. Lavoro in un normale edificio ospedaliero, dove nei corridoi tira sempre un'aria fredda e nel sotterraneo della camera mortuaria c'è un profondo silenzio. È lì che svolgo il mio lavoro. Negli ultimi vent'anni, ogni mattina sono sceso in quel sotterraneo e ho indossato il camice. Per me la morte non aveva nulla di drammatico: era semplicemente il mio lavoro. O almeno, questo è ciò che pensavo fino a poco tempo fa. Mia madre si chiamava Maria ed aveva 73 anni. Ha lavorato per tutta la vita come postina nel nostro paese. Per trent'anni si è alzata ogni mattina alle cinque per consegnare lettere e pacchi a domicilio, sfidando il sole cocente e le piogge battenti. Tutti in paese la conoscevano, persino i cani. Quando è andata in pensione, la gente le diceva: «Signora Maria, ci manca tanto!». E io? Io non le ho mai chiesto di fermarsi o di riposarsi. Da 15 anni vivo in città con mia moglie e le mie due figlie (che oggi hanno 16 e 13 anni). Dopo la morte di mio padre, avvenuta 12 anni fa per un ictus, mia madre è rimasta a vivere da sola in paese, a circa 35 chilometri da noi. Diceva sempre: «Finché riesco a stare sulle mie gambe, resterò qui. Non preoccuparti per me, Stefano». E io stavo tranquillo, perché la mamma sembrava una donna forte e resistente. Andavo a trovarla almeno una volta al mese, a volte ogni due settimane. La domanda era sempre la stessa: «Mamma, come stai?». E la