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Due anni a servire camionisti per soldi. Basta. Ciao a tutti. Mi chiamo Sofia, ho 26 anni. Sono cresciuta in un paesino in Puglia. A 24 anni ho capito che se fossi rimasta lì avrei passato la vita a lavorare per due soldi guardando la vita passare. Così ho fatto le valigie e sono andata a Milano. Mia mamma mi ha dato i suoi ultimi 1800 euro. «Per iniziare», mi ha detto. «Non deludermi». Ho affittato una stanzetta in periferia a 750 euro al mese e ho iniziato a mandare curriculum a raffica. Le risposte erano quasi sempre le stesse: o stage non pagati oppure lo stipendio minimo. Dopo l’affitto e la spesa all’Esselunga non restava quasi niente. Dopo due mesi sul conto avevo meno di cento euro. L’affitto scadeva tra una settimana. Ero seduta per terra in cucina e per la prima volta avevo davvero paura. Una ragazza che conoscevo e che viveva a Milano da qualche anno me l’ha detta dritta: «C’è un’opzione. Soldi veloci. Ma è dura. In un motel sull’autostrada dove si fermano i camionisti.» Sono rimasta zitta a lungo. Poi ho semplicemente annuito. La prima notte è stata un incubo. Ero seduta in camera, le mani mi tremavano, il cuore batteva così forte che sembrava volesse uscirmi dal petto. Ma i soldi sono arrivati. Poi altri. Dopo un paio di settimane sapevo già quanto dovevo “lavorare” per pagare l’affitto e mettere qualcosa da parte. In media facevo tra i 1400 e i 1700 euro al mese se andavo quasi ogni giorno. Ho retto quasi due anni. In quel periodo ho imparato a non guardarli negli occhi. Ho imparato a non sentire quello che dicevano. Ho imparato a sorridere mentre dentro di me tutto era contratto. Ma il rispetto per me stessa è sparito in fretta. È rimasta solo la stanchezza e questa sensazione costante di essere sporca che non andava via nemmeno dopo le docce più lunghe. Dopo sei mesi mia mamma ha scoperto tutto. Non so chi gliel’abbia detto. Mi ha chiamata piangendo. Poi ha detto a voce bassa ma molto chiara: «Non tornare più a casa. Non sei più mia figlia». Dopo d