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...Se pensate che per i ricchi noi siamo persone, vi sbagliate di grosso. Per loro siamo solo carne da macello. Mi chiamo Marco e ho 34 anni. Io e mio fratello minore, Luca, lavoravamo in una segheria di marmo a Carrara. Il proprietario è il classico figlio di papà di 25 anni, uno che si faceva vedere in fabbrica una volta al mese con la sua Lamborghini nuova di zecca solo per incassare. Risparmiava su tutto, specialmente sulla sicurezza. Tre giorni fa, i cavi di un vecchio montacarichi hanno ceduto. Una lastra di marmo da tre tonnellate è crollata dritta sulle gambe di mio fratello. Luca aveva le ossa in frantumi. I medici dell'ospedale pubblico qui da noi hanno parlato chiaro: «Non possiamo ricostruirle. Andrà in cancrena. Domani mattina perderà entrambe le gambe per sempre». Mio fratello ha 20 anni. Aveva chiesto alla sua ragazza di sposarlo solo un mese fa. C'era solo una speranza: trasferirlo d'urgenza in una clinica privata a Milano, dove i chirurghi avrebbero potuto mettergli degli impianti in titanio e salvargli le gambe. Ma il costo, compreso il trasporto speciale, era di 65.000 euro. E avevo esattamente 24 ore di tempo. Quella sera, il nostro giovane capo è entrato nella stanza di Luca. Puzzava di profumo costoso e arricciava il naso disgustato dall'odore dell'ospedale. Ha tirato fuori dalla tasca una mazzetta di contanti: 8.000 euro. «Ascoltami bene, Marco», mi ha sputato addosso, guardandomi dritto negli occhi. «Prenditi i soldi, compragli una bella sedia a rotelle e firmami questo foglio dove c'è scritto che è stato lui a violare le regole per disattenzione. Se vai all'ispettorato, ti trascino in tribunale e vi lascio senza un centesimo. Scegli». Se n'è andato, lasciando i soldi sul comodino. Io ero fermo nel corridoio della rianimazione. Sulla mia carta avevo esattamente 65 euro. Fissavo quella mazzetta. Soldi sporchi con cui quello stronzo voleva comprare le gambe di mio fratello. Non ci vedevo più dalla disperazione. Non avevo niente da perdere. Ho p