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Mi prendevo cura di tutti, tranne che di me stessa e della persona più importante della mia vita. Mi chiamo Aurora Gatti, ho 35 anni, sono nata e cresciuta in Italia e lavoro da nove anni come infermiera in un ospedale pubblico a Milano. Cresco da sola mia figlia Giulia, che ha otto anni. Faccio turni di dodici ore, dalle sette del mattino alle sette di sera. Quando sono al lavoro, mia madre si occupa di Giulia: la accompagna a scuola e va a riprenderla all'uscita. A quel tempo, tornavo a casa con la metropolitana e poi con l'autobus, e avevo appena il tempo di parlare con mia figlia prima che andasse a letto. Dopo dovevo ancora sistemare casa e preparare tutto per il giorno successivo. Spesso dormivo soltanto quattro ore. Nei giorni in cui non ero di turno in ospedale, facevo anche turni extra in una clinica privata in zona Porta Romana. Anche in quei giorni era mia madre a occuparsi di Giulia. Nonostante avessi due lavori, facevo fatica ad arrivare alla fine del mese. Il mio ex marito se n'era andato due anni prima e versava il mantenimento in modo irregolare. Vivevamo in un piccolo bilocale. Dopo aver pagato l'affitto, le spese condominiali, le bollette, i trasporti e tutto il necessario, rimaneva pochissimo. Dopo la separazione, i soldi avevano cominciato a mancare quasi ogni mese. Il mantenimento arrivava quando capitava, mentre l'affitto, le bollette, le spese scolastiche e la spesa quotidiana dipendevano interamente da me. All'inizio utilizzavo il fido bancario, convinta che sarei riuscita a rientrare con lo stipendio successivo. Poi avevo chiesto un piccolo prestito personale per pagare le bollette arretrate. Ma gli interessi continuavano ad aumentare e, in poco tempo, mi ero ritrovata a chiedere nuovi prestiti per riuscire a pagare quelli precedenti. Dieci mesi prima, il proprietario dell'appartamento mi aveva comunicato che voleva vendere casa e che, alla scadenza prevista del contratto, non avrebbe proseguito con l'affitto. Mi aveva dato il preavviso nece
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