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Ho 68 anni. Odio i miei figli. È la prima volta in vita mia che ne parlo ad alta voce. Due mesi fa mia figlia, Giulia, mi ha accompagnata in una casa di riposo. Ha avvicinato la mia sedia a rotelle all’ingresso e mi ha detto: «Mamma, qui starai meglio. Qui si prenderanno cura di te. Non riusciamo più a gestire i tuoi problemi alle articolazioni. Sarà meglio per tutti». Per tutti. Per loro. Non per me. Non è nemmeno entrata. Si è voltata sulla soglia dell’atrio ed è tornata alla sua auto. L’ho guardata allontanarsi e non riuscivo a credere ai miei occhi. Due giorni dopo ho saputo da una vicina che lei, suo marito e i figli si erano trasferiti a casa mia. La mia casa in via Garibaldi, per la quale ho pagato il mutuo per più di trent’anni, lavorando su due turni. La casa in cui ho cresciuto Giulia. La casa in cui è morto mio marito. Non mi hanno nemmeno chiesto nulla. Si sono semplicemente trasferiti. Come se fossi già morta. Ho chiamato Giulia. Lei non ha risposto. Ha risposto mio genero e mi ha detto in modo secco e laconico: «Va tutto bene. Non ci disturbi». Poi ha riattaccato. Un inserviente ha spinto la mia sedia a rotelle nella stanza d’ospedale. Due letti. Odore di medicinali e ammoniaca. Il mio compagno di stanza fissava impassibile il soffitto. Ho capito: è qui che morirò. Tutto è iniziato sei anni fa. Ho lavorato per trent’anni come addetta alle pulizie in un hotel nel centro di Napoli. Carrelli pesanti, rifacimento dei letti, sedici piani. Un giorno ho sentito uno scricchiolio alla schiena. Un dolore acuto mi ha trafitto la colonna vertebrale. Pensavo di essermi semplicemente stirata un muscolo. Pensavo che sarebbe passato da solo. Ma non è passato. Un mese dopo mi sono svegliata di notte per il dolore. Era come se qualcuno mi avesse conficcato un cacciavite nella schiena. Il mio medico di famiglia mi ha indirizzata da un neurologo. Gli esami hanno evidenziato una degenerazione della colonna vertebrale, un’ernia del disco e l’artrite in entrambe