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Mi chiamo Damiano Ferretti. Ho 36 anni. Vivo a Sesto San Giovanni, un classico quartiere operaio alle porte di Milano — non è centro, ma neanche proprio periferia. Il solito posto dove vivono quelli come me: muratori, autisti, operai. Faccio il piastrellista da quasi 15 anni. Bagni, cucine, pavimenti, muri — tutto quello che riguarda ceramica o gres porcellanato. Nei mesi buoni tiravo su tra i 1.700 e i 2.200 euro, lavorando senza fermarmi mai. Ma ultimamente mesi così sono rari. O c’è meno lavoro, o ti pagano in ritardo. Tre mesi fa, in un cantiere vicino Milano, zona Monza, mi hanno umiliato in un modo che non riesco ancora a togliermi dalla testa. Eravamo tutta la squadra — sette, otto persone. Arriva il nostro caposquadra, Gianluca, con la sua Audi nuova. Bianca, lucida, sembrava uscita dal concessionario. Fa il giro del cantiere, si ferma davanti a tutti e comincia a urlarmi addosso: — Damiano, ma guardati ‘sto muro. Chi ti ha insegnato a posare le piastrelle? Ti muovi come un pensionato. Le fughe sono storte, il livello balla. E vuoi 35 euro al metro? Ma sei serio? O devo pure darti un premio per il più lento del cantiere? Tutti guardavano. Qualcuno abbassava gli occhi, qualcuno sorrideva sotto i baffi. Io stavo lì senza riuscire nemmeno ad alzare la testa. Guardavo il pavimento — quel gres costoso che avevo appena posato io. Non ho risposto. E che dovevo dire? Mi sentivo un coglione totale. Ho una moglie, Chiara. Lavora all’Esselunga, circa 24 ore a settimana, porta a casa più o meno 900–1.000 euro. Abbiamo una figlia, Giulia, ha cinque anni. A dicembre 2025 il test è uscito di nuovo positivo. Chiara ha iniziato a stare male — sempre in piedi, stanca morta — ha dovuto ridurre le ore a 16. E i soldi hanno cominciato subito a finire. Poi si è rotta pure la macchina da lavoro — un vecchio Fiat Doblò. Cambio. Riparazione: 2.100 euro. Ho chiamato Gianluca, gli ho chiesto un anticipo o almeno di lasciarmi per una settimana il furgone del lavoro. Mi fa: —